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Pregare è entrare nel colloquio eterno della Trinità

Gesù mercoledì scorso ci ha invitati alla preghiera. Tutti sappiamo quanto è importante la preghiera. La preghiera è il nostro respiro di figli, il nostro colloquio di amicizia, ma se consideriamo la realtà storica del nostro pregare, rimaniamo sgomenti. La nostra preghiera si riduce molte volte ad esercizi automatici e svogliati, ad una faticosa ripetizione di formule, ad una silenziosa introspezione o commiserazione di noi stessi. Ma la difficoltà più notevole è non riuscire a pregare, per l’aridità in cui ci si trova. Il pensiero è inerte, la volontà disimpegnata, il cuore freddo. Questo fenomeno è a volte momentaneo. A volte, invece, dura a lungo, anche dei mesi, se non addirittura degli anni. A volte siamo irrequieti per i molti pensieri che ci vengono in mente. Tante sono le distrazioni che ci infastidiscono nella preghiera. Le cause sono molteplici. Un primo motivo può essere la stanchezza fisica o psichica. Quando una persona è eccessivamente stanca, perde la capacità di reazione e di dominio. Qui si tratta di saper cercare un tempo opportuno per fare orazione. Un’altra causa è un certo disimpegno, un lasciarsi andare nelle nostre inclinazioni disordinate: voler tutto sapere, tutto guardare, trovar gusto in ogni cosa; un attaccamento eccessivo a se stessi, a qualcuno o a qualcosa. Occorre quindi un impegno di temperanza e di moderazione in modo da liberarci e diventare padroni di noi stessi, e coordinare i nostri movimenti interiori ed esteriori perché cresca la disponibilità alla preghiera. Ma l’aridità può essere anche un dono di Dio alla fedeltà dell’uomo. Occorre quindi confrontare la nostra preghiera con la vita. Quando c’è coerenza tra l’impegno della vita e l’esercizio della preghiera, stiamocene tranquilli, sia che riesca o no. Ma quando notiamo che non c’è coerenza tra l’impegno della vita e l’esercizio della preghiera, dobbiamo allarmarci, perché allora il Signore può ammonirci: “Io non sono l’amico di mezz’ora nella giornata; io sono l’amico della vita. Non pensare di potermi trattare come un amico che serve soltanto per breve tempo!”. Le difficoltà che possiamo incontrare nella preghiera non ci esimono dal pregare. Prendere i rimedi opportuni, aiutarsi con un libro o con le preghiere vocali e con la fedeltà al Signore, è nostro dovere. Ma, per il resto, perseverare malgrado le difficoltà è una prova dell’amicizia con Dio. Quanto più uno è amico, tanto più lungamente lo aspetta se non arriva. Siamo andati alla preghiera per incontrare il Signore. Quando ci sembra di non riuscire a pregare, dobbiamo credere con più forza che lo Spirito dentro di noi trasforma in preghiera i nostri balbettamenti. Dobbiamo fermamente credere che il Signore è presente anche quando pare che non lo sia: “Signore, ti puoi anche nascondere, ma so che ci sei. E allora sto qui con te, per te”. È faticoso, certo, ma sarà proprio questa fatica e questa fedeltà che spingerà il Signore a lasciarsi trovare. Costateremo che la nostra preghiera si fa più silenziosa e colma della presenza del Signore e della sua pace. Buona preghiera e buon cammino quaresimale a tutti.

Il Vostro parroco
Don Raimondo

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