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OMELIE
24 Maggio 2009 –Ascensione del Signore
At 1, 1-11; Ef 4,1-13;Mc 16,15-20
Chiamati all'annuncio
Carissimi, con voi e per voi voglio spezzare
la Parola.
Gesù dice ai suoi discepoli e anche a noi: «Andate e fate
discepoli tutti i popoli, dice il Signore. Ecco, io sono con voi
tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Carissimi, in
questo giorno solenne desideriamo conoscere profondamente la Storia
della Salvezza, conoscere il vangelo di Gesù, quello che Gesù
disse e fece. Ed oggi contempliamo il mistero di Gesù che ascende
al cielo, il quale, come agli Undici, ci da le istruzioni per
la missione. Questo giorno è caratterizzato dall´incarico affidato
agli Apostoli che a Gerusalemme devono attendere lo Spirito Santo
che li abiliterà all´esercizio del compito di testimoni.
Abbiamo ricevuto tutti il mandato missionario:
Gesù affida la sua stessa missione a noi, come l´ha affidata agli
apostoli. Noi che abbiamo deciso di seguire Gesù, che abbiamo
ricevuto lo Spirito Santo, siamo stati eletti e incaricati di
portare al mondo il suo messaggio di amore.
Gesù ci affida il suo testamento di amore e ci invita tutti ad
annunciare che Egli ha vinto la morte. Egli in questi quaranta
giorni ci ha formati, ha voluto completare il corso di formazione
e di educazione dei suoi testimoni che devono fare discepole tutte
le nazioni, annunciando e confessando che Lui è il Signore che
ha vinto la morte e il peccato e ci ha riconciliati con il Padre.
I quaranta giorni sono stati necessari per assimilare un avvenimento
così inaudito: Cristo nostra Pasqua è stato immolato ed ora è
vivo. È stato un lungo periodo i preparazione, di comprensione
rinnovata del suo messaggio.
La Chiesa, cioè noi, abbiamo ricevuto questo difficile compito
di dispiegare il mistero Pasquale del Cristo, fondamento del nostro
essere qui e del nostro essere comunità radunata dalla e nell´amore.
La Chiesa, ora, in questo tempo, deve proclamare il Regno fino
agli estremi confini della terra.
La proclamazione del Regno riguarda lo stesso
Gesù Signore nostro e il suo mistero di morte e risurrezione.
Il Risorto è oggi presente a tavola con noi e ci dice di non allontanarci
da Gerusalemme e di aspettare la realizzazione della promessa:
«Sarete rivestiti di potenza dall´alto». Riceveremo il
battesimo di Spirito Santo, proprio in questi giorni, ma direi
anche ora, in questo giorno, per il rinnovamento totale della
nostra vita. Ma è necessario che non ci allontaniamo da Gerusalemme:
centro storico salvifico, traguardo del cammino di Gesù, luogo
dell´accoglienza dello Spirito, sede delle prima comunità, punto
di partenza della missione della Chiesa, luogo delle situazioni
difficili e di fallimento, ma pur sempre luogo della promessa.
Come gli apostoli anche noi siamo incapaci di
comprendere le esigenze del Regno di Dio. Abbiamo bisogno che
la comprensione del Regno di Dio di cui Gesù ha parlato sia purificata
e rinnovata dal dono dello Spirito Santo. Noi che siamo quelli
che stanno con Gesù, rivolgiamo a lui la stessa domanda dei discepoli:
«Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno
di Israele?» che potremmo parafrasare: «Che cosa accadrà
in questo tempo, Signore?». La curiosità, del compimento
finale è legittima, ma Gesù non la soddisfa: «Non spetta a
voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato al
suo potere». Tuttavia, ci invita a confidare in Dio Padre
che solo sa e dirige sovranamente lo svolgimento del suo piano
di salvezza per il mondo. La chiesa, il mondo, la nostra vita,
il nostro futuro è tutto in mano al suo potere. Lui ci guida e
ci dà la forza dello Spirito Santo che scenderà su di noi per
essere testimoni.
Amici e fratelli, c´è un programma che ci è stato
affidato dal Signore Gesù. Soltanto lo Spirito ci può rendere
capaci di compiere questo programma che Gesù ci ha assegnato:
il programma della testimonianza. Come gli apostoli abbiamo ricevuto
e riceveremo ancora lo Spirito come un dono, e la sua forza è
il nostro equipaggiamento di testimoni. Dandoci lo Spirito, Gesù
è più tranquillo, perché non ci vuole lasciare orfani, perché
il tempo della Chiesa, che è poi quello che stiamo vivendo noi,
è il tempo dell´assenza di Gesù. Egli è nascosto ai nostri occhi
umani fino al suo ritorno, anche se la fede ci dice che Egli e
vivo nel Pane spezzato, il suo corpo, nel vino versato, il suo
sangue, nella Parola, nei fratelli chiamati ad amare. Gesù ascende
al cielo, viene sottratto agli occhi dei suoi discepoli e diviene
improvvisamente invisibile. Da quel momento la sua presenza sarà
nella nube, una presenza misteriosa che testimonia che egli è
vicino a noi per farsi conoscere, pur restando una presenza nascosta.
Il nostro sguardo è verso il cielo, e i due uomini in bianche
vesti ci dicono: «perché state a guardare il cielo? Questo
Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto fino al cielo, verrà
allo stesso modo in cui l´avete visto andare in cielo».
Carissimi, non dobbiamo guardare il cielo attendendo
inattivi e inoperosi, né speculare sul tempo della sua venuta,
ma dobbiamo votare tutta la nostra esistenza alla testimonianza
del Risorto che sappiamo ritornerà glorioso. In questo tempo di
attesa operosa ci fa compagnia la sua stessa Madre santissima.
L´apostolo Paolo, nel capitolo quarto della lettera agli Efesini
si dedica a stendere il programma della vita cristiana. Quale
è il programma? Si tratta prima di tutto di una vita segnata da
una vocazione santa e caratterizzata da una missione comunitaria,
ecclesiale. Noi, non dimentichiamolo, siamo un solo corpo. Il
Padre nel suo grande amore ha stabilito per noi un meraviglioso
disegno di salvezza e ci ha chiamati, al di là di ogni nostro
merito, a una vita di piena comunione con Lui. Occorre però che
la nostra vita sia una risposta adeguata alla sua attesa; occorre
che sia fondata e radicata saldamente in Cristo, protesa alla
santità: «Comportatevi in maniera degna della chiamata che
avete ricevuto». La chiamata è altissima, perché trasforma
la nostra natura e ci rende figli di Dio. Siamo, dunque, esortati
a superare noi stessi, non accontentarci di quello che le nostre
tendenze naturali ci spingono a cercare; essi ci chiudono nella
sfera del terreno, dell´umano, mentre noi siamo destinati a entrare,
per grazia, nella dimensione celeste, sovrannaturale. Cosa impossibile
se contiamo su noi stessi, ma possibile e persino facile se ci
affidiamo al Signore.
La solennità dell´Ascensione vuole dare un
respiro di eternità alla nostra vita che scorre e sembra inesorabilmente
destinata a perire. Come attuare ciò nel quotidiano? La via è
molto semplice, anche se può essere, in certi momenti, molto ardua
e richiedere una forza eroica: è la via fatta di ogni umiltà,
dolcezza e magnanimità, di amorevole sopportazione vicendevole,
di unità e di pace. Una conseguenza di tale atteggiamento è di
preferire sempre gli altri a se stessi. Tale comportamento non
è solo frutto di buona educazione ma è motivato e sostenuto dalla
fede che fa riconoscere il Cristo presente nell´altro: nel malato,
nel forestiero che bussa alla porta, nel fratello con cui condivido
il lavoro; in tutti e i ciascuno, anche in chi, per il suo temperamento,
può rendermi talvolta più faticosa la vita. Ecco la ricetta della
nostra vita cristiana per edificare la Chiesa su solide fondamenta.
Alla base di tutto sta l´umiltà, quella virtù in forza della quale,
conformandosi a Cristo, il cristiano rinunzia volontariamente
a voler essere grande e importante agli occhi del mondo e si fa
servo dei fratelli.
L´apostolo precisa ogni umiltà che non si limita a qualche gesto,
a qualche momento, ma abbraccia tutta l´esistenza e diventa uno
stile di vita, per cui l´altro, chiunque sia, è ai miei occhi
sempre più importante di me, perché in lui riconosco il Signore
stesso. Da questa umiltà scaturisce la dolcezza o mitezza, che
è pure un tratto caratteristico del Volto di Gesù (Mt 11,29).
Esercitandosi in questa mite dolcezza nel rapporto con i fratelli
non ci si impone con la forza, non si cerca di far prevalere ad
ogni costo il proprio punto di vista, non si risponde al male
con il male. La magnanimità, poi, è quella grandezza d´animo che
non tiene un registro dei conti aperto sui debiti altrui, ma che
sa perdonare le offese e riconciliarsi con i fratelli perché si
considera sempre in debito di un più grande amore. L´unità di
cui parla l´Apostolo è una realtà che ci è stata già donata, perché,
in Cristo, siamo costituiti come un sol corpo e un solo spirito,
siamo orientati a una sola speranza, quella della vita eterna
e della piena comunione con Dio. Tuttavia, questa unità può essere
spezzata, infranta. Occorre impegnarsi ogni giorno, sempre, per
essa con tutto il cuore, con tutta l´anima, con tutte le forze,
promuovendo e coltivando la pace. In Cristo, e nel suo sangue
siamo capaci di costruire insieme nell´amore. Senza di Lui, invece,
solo steccati e torri di Babele che sono destinate e crollare
perché fondate sulla superbia, sulla vanagloria e sulla vane ricchezze.
In Cristo siamo suoi collaboratori, ognuno secondo il suo specifico,
costruttori della civiltà dell´amore; collaboratori del suo disegno
di salvezza. In Cristo ognuno è dono messo a disposizione della
Chiesa e in vista degli altri. Ognuno è per tutti e tutti per
ciascuno. Ciascuno è chiamato a dare il proprio contributo e nello
stesso tempo è sostenuto dagli altri. In questo reciproco servizio
nessuno è escluso, ma ognuno ha il proprio posto e la propria
funzione. Se qualcuno manca o viene meno nel suo compito, tutti
ne patiscono; per questo tale unità va custodita e ciò avviene
tramite la preghiera che i singoli membri si scambiano vicendevolmente
bussando alla medesima porta di Bontà. Questo è il nostro compito:
essere uniti e compiere tutti insieme l´unico cammino verso l´unica
meta: «Finché arriviamo tutti all´unità della fede e della
conoscenza del Figlio di Dio, fino all´uomo perfetto, fino a raggiungere
la misura della pienezza di Cristo». Ognuno di noi, aiutato
dagli altri, è chiamato a crescere conformandosi sempre più a
Cristo; in tal modo non agisce soltanto per la propria salvezza,
ma coopera al raggiungimento di quella piena maturità che è la
santità, la quale trabocca sempre al di fuori del singolo, generando
a poco a poco una mentalità nuova, una nuova cultura, un nuovo
modo di rapportarsi gli uni gli altri.
Il grande peccato contro la carità è agire per egoismo, è il non amare gratuitamente
come Dio ci ha amati e sempre ci ama. Non possiamo ritenerci maturi
nella fede, se la nostra vita non è matura nell´amore e nella
speranza, ossia se non sappiamo far credito agli altri, sempre
ed instancabilmente.
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