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OMELIE
26 Aprile 2009 –III Domenica di Pasqua
La luce pasquale di Cristo Gesù risplenda sul volto di noi discepoli (Salmo 4).
At 3,13-15.17-19; IGv 2.1-5a; Gv 14,23
“Esulti sempre il tuo popolo, o Padre per la rinnovata giovinezza dello Spirito”. “O Padre, che nella morte gloriosa del tuo Figlio, vittima di espiazione per i nostri peccati, hai posto il fondamento della riconciliazione e della pace, apri il nostro cuore alla vera conversione e fà di noi i testimoni dell’umanità nuova, pacificata nel tuo amore”.
In comunione con l’apostolo Pietro, concordi con le sue parole, anche noi vogliamo essere testimoni della risurrezione, testimoni del Cristo Gesù vivo.
Il nostro cuore sia aperto alla vera conversione, sia un cuore sempre in ricerca, un cuore in attesa, inquieto e alla fine aperto alla novità di Dio, capace di aderire alla fede, di lasciarsi guidare dai movimenti dello Spirito sempre giovane, per essere missionari della gioia, non arroccati, illusi e delusi, ma in movimento che con la vita danno il loro contributo per l’opera dell’evangelizzazione.
Il Signore Gesù è all’opera con il suo Spirito e si serve di noi testimoni che disponibili al Vangelo, dando la vita per il Vangelo aiutiamo altri fratelli a sentire lo stupore e la meraviglia della presenza del Gesù Vivo nella storia del mondo, che cammina per la vie del mondo donando la pace.
Quante volte penalizziamo il Vangelo con la nostra vita che invece di annunciare il Dio vivo, il Vivente, presentiamo un dio vecchio, scaduto, logorato dal tempo. Ci siamo mai diligentemente impegnati a capire il motivo, il perché di questa situazione? Il motivo di fondo è che non siamo capaci più di denunciare il peccato che è dentro di noi, a denunciare la nostra colpevolezza collettiva e personale per riconoscere colui che è il vero autore della vita. Continuamente rinneghiamo il Giusto e il Santo, colui che sta interamente dalla parte di Dio, per stare dalla parte dei peccatori e del peccato. Quante volte abbiamo preferito l’Omicida divenendo con il nostro peccato assassini come lui, dell’autore della vita che solo può portarci fuori dalla morte.
Ora noi siamo testimoni di chi? Di quale padrone o signore? Siamo testimoni del Risorto che mediante la sua risurrezione ci ha aperto al via alla vita, anche a noi che lo abbiamo ucciso e lo uccidiamo dentro di noi ogni volta che commettiamo il peccato. Riponiamo la nostra fede in Lui e nel suo nome perché la fede riposta in Lui ci liberi e ci dia la perfetta guarigione. Solo la fede può realizzare questo.
Nello Spirito invochiamo il suo nome, invochiamo la sua persona vivente, la sua presenza operante benché invisibile, nella nostra vita. L’invocazione non è un rito magico, una formula magica, perché la fede nel Signore Gesù presuppone sempre un minimo di conoscenza della sua persona e della sua opera, e soprattutto la fiducia nel suo potere attuale di dare la vita a noi che invochiamo il suo nome.
Molte volte agiamo per ignoranza, nel senso che non riconosciamo Dio nel suo agire storico e questa non è affatto scusante. Questa ignoranza ci mette alla pari dei pagani che non conoscono. L’ignoranza è la radice del peccato e di ogni azione malvagia. Di fronte all’ignoranza degli uomini, Pietro pone l’accento sulla prescienza di Dio che preannuncia il suo decreto, secondo il quale il suo Cristo doveva patire, per bocca di tutti i profeti, cioè che il suo Cristo sarebbe morto. Pentitevi dunque e cambiate vita, perchè siano cancellati i vostri peccati e cosi possano giungere i giorni della consolazione e della pace. Pentimento interiore e avvicinamento esteriore indicano il nuovo orientamento dell’uomo credente, e la conversione è il presupposto della remissione dei peccati.
Oggi siamo chiamati a camminare nella luce riconoscendoci peccatori. Non vogliamo che il nostro peccato oscuri, annebbi la rivelazione del Dio amore, perché quando pecchiamo non siamo più sotto lo splendore della luce di Dio, ma nella menzogna, nell’inganno e nella confusione. Solo al chiarore della luce di Dio i nostri peccati appaiono nella loro vera consistenza che richiama il divino perdono e apre il cuore alla divina misericordia. La luce di Dio ha il potere di illuminare tutti. La luce pasquale di Cristo Gesù risplenda sul volto di noi discepoli (Salmo 4). Davanti a questa luminosa luce vogliamo vivere il cammino della santità che è chiamata alla radicalità evangelica, cioè a deciderci di seguire il Cristo in una relazione intima e continua con Lui Maestro e modello della nostra vita, per non cadere nel compromesso con il peccato.
Figlioli non peccate, non solo non commettete azioni inique, ma non cadete nello stato di menzogna che il peccato produce. Riconosciamoci peccatori che è la vera strada per arrivare all’impeccabilità. Tuttavia se succede di cadere nella debolezza del peccato, poiché grande è la nostra fragilità, ciò non deve condurre allo sconforto. Il peccato, nel momento in cui lo riconosciamo, conchiude il nostro animo alla disperazione, ma ci apre alla fiducia in quanto abbiamo un mediatore presso il Padre, un Paraclito, un avvocato e difensore presso Dio, un sommo sacerdote alla presenza del Padre, glorificato in cielo, Gesù Cristo. In lui si posa tutta la nostra fiducia, egli è giusto come Dio è giusto. È lui la vittima di espiazione dei nostri peccati, non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Egli con il sacrificio della sua croce ci ha liberati da ogni forza iniqua. In lui ogni colpa è stata distrutta.
Non esiste alcun genere di peccato che non sia sottoposto alla sua azione redentrice e che non sia sconfitto. Per tale ragione il cristiano, se riconosce il suo peccato, può trovare il perdono e la giustizia che scaturiscono da colui che, stando presso il Padre, effonde la forza redentrice sui di noi e su tutto il mondo che ha bisogno oggi più di ieri di salvezza.
Il Signore ci dia un grande coraggio e una sincera umiltà per saper vedere la verità su noi stessi e saper riconoscere le nostre miserie e imperfezioni. Tuttavia ciò va fatto con grande fiducia, perché Gesù è il nostro avvocato, la nostra riparazione, la nostra salvezza.
Un altro tema fondamentale del brano giovanneo è l’osservanza dei comandamenti, condizione indispensabile per la vera conoscenza di Dio che consiste nella risposta dell’uomo alla rivelazione divina.
Conoscenza interpersonale e non solo intellettuale. Noi siamo chiamati a una simbiosi di spirito con lui, facendo nostri i suoi pensieri, i suoi intenti e sentimenti, fino ad essere uno nell’altro. Il nostro atteggiamento non sia menzognero.
Non diciamo di conoscerlo e poi non osserviamo i suoi comandamenti - che qui non sono specificati, ma si riassumono nell’adesione alla verità di Dio, cioè nella piena accettazione della sua rivelazione in Cristo - Tutto poi si sintetizza nel comandamento, antico e sempre nuovo che è il comandamento dell’amore - creando così una frattura tra conoscenza e vita, tra rapporto esteriore e unione intima, tra verità e amore.
Chi dice di essere in comunione con Lui, lo conosco, dimoro in lui, sono nella luce, ma non vive praticamente in conformità ala sua parola è un bugiardo e in lui non c’è la verità.
Lasciamoci prendere da Gesù, lasciamoci coinvolgere nel suo rapporto con Dio, per essere in comunione con lui fino a giungere ad un’intimità profonda che viene indicata come un essere e un dimorare in lui. Conoscere Dio è aderire alla sua parola che si rivela e si comunica a noi. E la fede non è altro che la nostra risposta al suo piano salvifico, fino a raggiungere un legame indissolubile con lui che ci dona libertà e salvezza. Come popolo fidiamoci del Signore e impegniamoci a obbedirgli con la fedeltà ai comandamenti. Chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. È vero possiamo falsificare la luce, possiamo dichiarare di essere illuminati, quando di fatto si è nelle tenebre, non è consentito invece ingannare nell’amore, che non sussiste in astratto, ma solo negli atteggiamenti e nelle opere concrete di disponibilità verso Dio e i fratelli.
I gesti di amore, se non sono mossi dall’autenticità del cuore e non portano in sé la garanzia della verità e della fedeltà, rimangono prigionieri entro forme egoistiche e utilitaristiche, e dell’amore offrono solo l’apparenza. In lui l’amore di Dio è perfetto. Ciò vuol dire che l’amore di Dio, manifestatosi in Gesù Cristo fino al dono di sé, raggiunge la perfezione quando esso viene manifestato dal cristiano che ama il fratello e Dio suo Padre, come il Padre ha amato lui e suo fratello nel dono del Figlio. Nell’amore sincero, vissuto dal cristiano, l’amore di Dio arriva al suo compimento, lì trova la sua realizzazione ultima, il suo perfezionamento. Come se l’amore di Dio fosse in se stesso incompleto senza la sua effusione nel cuore umano. Non nel senso che Dio manchi di qualche cosa nella sua perfezione, ma il suo amore si consuma pienamente quando può attuare il suo progetto di donazione redentrice nell’uomo, per renderlo partecipe dello stesso flusso divino di comunione e di vita. Si può dunque dedurre che l’osservanza della parola non coinvolge soltanto la vita esteriore con atti determinati sotto leggi formali, ma innesta completamente l’essere del cristiano nella verità e nell’amore di Dio.
Oggi, nell’Eucaristia riconosciamo il Vivente, presente nella Parola e nel pane spezzato. La Parola e il Pane sono la presenza costante del Risorto nella sua Chiesa, presenza che ci rinnova continuamente e ci dona la vita nuova. Ancora oggi entra nel mezzo della nostra paura, entra in tutte le notti senza speranza che ci terrorizzano e si fa vicino a noi e ci rivolge il suo saluto di pace dono della sua presenza e frutto dello Spirito Santo. Non è un fantasma, ma un corpo vivificato dallo Spirito di Dio. Come i discepoli non stiamo sognando, nella fede guardiamo le ferite del Crocifisso. Sono i segni che ci fanno vedere il Signore, sono le ferite del suo amore crocifisso. Gesù è il pane spezzato, è il pesce che è sceso nelle acque profonde della morte per salvarci e divenire nutrimento dell’uomo. È il pesce catturato e cotto sul legno della croce si fa cibo di vita.
Spalanca la nostra mente, o Divino Redentore;
vinci la durezza della nostra mente,
guarisci la nostra cecità,
apri la nostra mente alla comprensione di tutta la Scrittura.
Rivelaci quello che nessuno ha mai visto,
rivela il nostro cuore velato dalla menzogna dell’antico tentatore.
Apri il nostro cuore e leggilo come tu solo sai fare.
Imprimi il tuo nome, come sigillo, nel nostro cuore.
Imprimi il segno della salvezza nelle fenditure del nostro cuore,
per gustare il tuo amore perdonante e infiammati dall’amore, sull’onda della testimonianza di Simone e degli altri che erano con lui, possiamo divenire testimoni, sino agli estremi confini della terra, di ciò che i nostri occhi nuovi hanno visto, le nostre mani purificate hanno toccato: le tue piaghe profumate di resurrezione. Amen.
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